01/12/10

Raise our heavenly glasses to the heavens

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Alcatraz, Milano, 16.11.10
 
Solitamente mi succede di fare un pelino confusione quando si tratta di concerti, soprattutto quando si prende in esame un lungo lasso di tempo come un anno, dove festival, concerti e serate ce li si divora. Poi succede che un bel giorno di novembre ti trovi in una macchina in direzione Milano, Alcatraz, con le orecchie ed il cuore carichi di aspettative. Beh, quelle aspettative sono state ampiamente mantenute. Anzi, The National sono stati capaci di andare oltre.

Dopo una goduriosissia coda in tangenziale e un parcheggio trovato un po' per forza o per amore con annesso "No no, quel parcheggio con i buchi è gratuito!", ho messo piede dentro l'Alcatraz. Il gruppo spalla stava già suonando e sincermente non è che mi sia poi così dispiaciuto non aver goduto per intero del loro piccolo set: sarà che quell'indie-folk un po' scanzonato inizia quasi ad indispettirmi, ma la realtà è che i Phosphorescent non sono stati in grado di dare una ventata di aria fresca a quelle canzonette trite e ritrite. Quindi, scartata immediatamente l'idea di appostarmi sotto al palco, perlatro già gremito, ripiego sulla fila del bar per una pinta di birra mentre attendo con pazienza. E ad un certo punto eccoli: salgono finalmente sul palco.

Matt Berninger ha un'aria altera e sembra quasi dirci "Ma che cosa ci faccio qui sopra? Datemi un bicchiere di vino!" nel suo completo nero. Ma poi le due coppie di fratelli  iniziano a suonare e Mr Berninger inizia ad avvolgerci con la sua voce baritona, che sembra quasi accarezzarci. La carica emotiva si sprigiona immediatamente. E come non potrebbe con un'apertura come Runaway?

Il concerto prosegue sempre in una climax ascendente, alternando pezzi -quasi tutti a dire il vero- dell'ultimo High Violet, a pezzi vecchi come Mistaken For Stranger, Squalor Victoria ed una Available impreziosita dalla coda di Cardinal Song. "Siete così educati per essere tipo 3000 persone!". E come non dedicare Bloodbuzz Ohio ai loro amici di Cincinnati? Già, perché anche se vivono a Brooklyn, NYC, vengono dalla grande campagna. In effetti una mia amica mi dice sempre che Matt le ricorda un pastore di anime delle grandi praterie degli stati centrali. Se vogliamo, un po' del pastore lo è: un pastore che guida il suo gregge -noi- da sopra il palco. siamo incantanti e lo ascoltiamo, lo seguiamo con lo sguardo mentre scorazza a destra e sinistra immerso in un gioco di luci e proiezioni.  Già dopo una mezz'ora scarsa si raggiunge uno degli apici dello show, ossia il preciso istante in cui quando partono le note di Slow Show. A parer mio dovrebbe figurare nella storia della musica come una delle canzoni d'amore più belle di tutti i tempi.

Ma fortunatamente la carica emotiva veniva smorzata da battute e giovialità da parte del quintetto. Secondo me -ma oserei un secondo tutti- Matt è palesemente sbronzo, ma la sua voce e la performance non ne risentono minimamente. Anzi, paradossalmente si instaura un clima amichevole che permette alla band di scherzare e dire anche delle cose vagamente senza senso, rigorosamente in americano stretto, come per esempio chiedere a pubblico se la bibbia sia stata scritta in Italia, introducendo Abel. Impossibile non accennare un riso/sorriso quando su Conversation 16, Matt si dimentica le parole, inciampando sui suoi stessi versi. Chiede scusa e si ripiglia. "Ok, let's start with: it's a hollywood summer ". Si riparte. Mi ha vagamente ricordato Elvis e la sua risata sguaiata durante il famoso laughing live di Are You Lonesome Tonight. 

Ma è già passata un'ora abbondante e a me sembrano passati cinque minuti. Com'è possibile? Ci avvicianiamo inesorabilmente al finale, e che finale. Un trittico in grado di sciogliere anche l'iceberg emozionale più gelido: England, ballata malinconica che sembra catapultarti in una foschia degna di un'alba londinese, seguita a ruota dal ritmo sincopato della politicamente schierata Fake Empire. Infine il tocco di classe, con il dolce arpeggio di About Today tratto dall'EP Cherry Tree.   Fortunatamente dopo qualche minuto i fratelli Dessner, i fratelli Devendorf, assieme a Matt tornano sul palco per il consueto encore. Un'infilata emozionante che termina con una Terrible Love che Matt canta tra il pubblico, arrampicandosi su uno spalto e letteralmente uscendo dal locale mentre ancora il gruppo sta suonando. Spetta a uno fratelli Dessner salutare il pubblico. 

Quasi istantaneamente i buttafuori ci fanno accomodare verso l'uscita, la pioggia è battente, la macchina lontana, ma il sorriso è stampato sulle nostre bocche. "It takes an ocean not to break" ci sta a pennello: commovente, emozionante, memorabile. Sicuramente uno di quei concerti che ti ricordi per un bel pezzo.      


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SETLIST
- Runaway
- Anyone's Ghost
- Mistaken for Strangers
- Bloodbuzz Ohio
- Slow Show
- Squalor Victoria
- Afraid of Everyone
- Available / Cardinal Song
- Conversation 16
- Sorrow - Apartment Story
- Abel
- Daughters of the Soho Riots
- England
- Fake Empire
- About Today

- Lucky You
- Mr. November
- Terrible Love


Giulia Balducci per BresciAttiva
Ph. Francesca Garattoni

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